articolo realizzato da Roberta Biagi tratto da www.isaacnewton.it

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L’uomo, fin dalle sue origini, ha sempre osservato la volta celeste, alla ricerca di possibili correlazioni tra le proprie vicende ed i fenomeni cosmici.

Da questa esigenza pressoché primordiale nascono, dalla fantasia e dalla creatività umana, le costellazioni, le quali infatti non hanno alcunché di fisico, bensì sono insiemi prospettici di stelle (nella maggior parte dei casi le stelle della medesima costellazione sono distanti l’una dall’altra).

Le prime costellazioni rispondevano ad una serie di quesiti sia pratico che psicologico-spirituale:

1) quali indicatori naturali dello scorrere del tempo, con il sole di giorno e la luna di notte;

2) come punti di riferimento per orientarsi per terra e per mare, attraverso il posizionarsi periodico dei corpi celesti;

3) come segnalatori, in campo agricolo, dei momenti più propizi per la semina, la raccolta od altri importanti aspetti della vita quotidiana (come, ad esempio, la piena del Nilo per gli Egizi, preannunciata dalla levata eliaca della stella Sirio);

4) le stelle, quali luci naturali, in un cielo buio, simbolo di tutto ciò che trascende la realtà umana, venivano in maniera illusoria identificate con la divinità, posta per così dire a protezione delle sorti dell’uomo.

Sembra addirittura che fin dal Paleolitico (40/50000 anni fa) l’uomo guardasse al cielo come ad un immenso palcoscenico in cui prendevano forma le storie delle divinità; ne abbiamo dimostrazione dal culto della Grande Orsa da parte dei popoli che abitavano al di qua e al di là dello stretto di Bering, che ai tempi dell’ultima glaciazione univa, mediante i ghiacci, America e Asia.

Studi recenti sostengono che, già nel Paleolitico Superiore (c.ca 16000 anni fa), l’uomo aveva dato vita ad un sistema di 25 costellazioni, ripartite in tre gruppi, riconducibili metaforicamente alle tre dimensioni con cui tutti i popoli da sempre hanno rappresentato il mondo: il Paradiso, la Terra e gli Inferi;

- Primo gruppo: costellazioni riferite al mondo superiore, ovvero dominate da creature aeree (ad es. Cigno, Aquila, Pegaso, ecc.), le quali avevano al culmine la maggior altezza sull’orizzonte;

- Secondo gruppo: costellazioni legate alla Terra (ad es. Perseo, Vergine, Serpente, Orione, ecc.) che, alla culminazione, raggiungevano un’altezza media sull’orizzonte;

- Terzo Gruppo: Costellazioni relative al mondo inferiore, dominato quindi da creature acquatiche (ad es. Pesci, Balena, Nave Argo), che si trovavano collocate per la maggior parte del tempo sotto l’orizzonte.

Dall’antichità ci sono state tramandate 48 costellazioni, alle quali se ne aggiungono altre 40 di origine moderna; oggetto del nostro studio sono appunto le prime, delle quali troviamo la più antica descrizione nell’Almagesto dello scienziato greco Tolomeo (II sec. d.C.). Ovviamente Tolomeo non era il creatore delle costellazioni, ma semplicemente colui che, attingendo a fonti ben più antiche (es. il Catalogo di Ipparco di Nicea, II sec. a.C.), raccoglieva nel suo trattato tutte le conoscenze in materia.

Insieme ai primi documenti scritti, vi sono anche le prime descrizioni delle costellazioni: nei Poemi Omerici (1000 a.C. c.ca), nella Teogonia e ne Le Opere e i Giorni di Esiodo (700 a.C. c.ca), dove già comparivano raggruppamenti stellari quali l’Orsa Maggiore, Orione, le Pleiadi (queste ultime considerate ancora indipendenti rispetto al Toro).

L’astronomo greco Eudosso (390-340 a.C., nei suoi trattati Enoptron (Specchio) e Phaenomena (Apparenze), ci fornisce la prima testimonianza concreta di un sistema organizzato di costellazioni greche, sulla base delle acquisizioni raggiunte dai sacerdoti egizi. Purtroppo i lavori di Eudosso sono andati completamente perduti, anche se ne abbiamo notizia indiretta nel poema di un altro greco, Arato (315-245 a.C.), intitolato anch’esso Phaenomena.

Ipparco, tuttavia, nella compilazione del suo Catalogo, si accorgeva delle incongruenze esistenti tra quello che lui poteva direttamente osservare nel cielo e quanto era invece riportato negli scritti di Eudosso e Arato, che avevano sì descritto le costellazioni sulla base delle culture precedenti da loro studiate, ma non ne erano gli inventori. Ipparco, infatti, assistendo fortunosamente allo scoppio di una “Nova” nella costellazione dello Scorpione, apprese senza più dubbio che il cielo e le stelle non erano immutabili; riflettendo quindi sulle sue acquisizioni dirette e sulle incongruenze rispetto ai suddetti autori, con molta probabilità raggiunse la sua grande scoperta: i poli celesti non occupano una posizione fissa, ma si muovono nel cielo, in un ampio cerchio per il tempo di 26000 anni c.ca (fenomeno della precessione degli Equinozi).

I Greci, trovandosi nell’emisfero settentrionale, non avevano accesso alle costellazioni occupanti una vasta zona dell’emisfero sud; la zona delle costellazioni descritte corrispondeva a quella che avrebbe descritto un osservatore posto a circa 36° di latitudine nord. La zona non descritta, e quindi quella dell’emisfero meridionale, aveva una forma irregolarmente ovale, per cui, per il moto della precessione, si è risaliti indietro nel tempo fino al 2500/2000 a.C., periodo in cui la posizione del Polo Sud celeste coincideva con quell’area.

Ma quale civiltà evoluta poteva, in quel periodo e a quella latitudine, aver dato vita al quadro delle costellazioni?

Dal momento che nel poema di Arato molti erano i riferimenti alla navigazione e pochi all’agricoltura, si potevano escludere i greci - che allora non erano grandi navigatori - e puntare l’attenzione invece sui Fenici, che si riferivano all’Orsa Minore come punto di orientamento per la navigazione (già nel 1500 a.C. essa era molto vicina al Polo Nord celeste, cosicché poteva essere correttamente presa come indicatore del Nord). Anche il territorio occupato dai fenici (34/33° di latitudine nord) poteva essere congruo, ma non il sistema mitologico delle costellazioni di cui ci parlava Arato. Un’ulteriore prova a sfavore del popolo fenicio era prodotta dal fatto che esso divenne un esperto nella navigazione in un’età successiva a quella dell’invenzione delle costellazioni, vale a dire tra il 1500 e il 500 a.C..

Per la correlazione temporale, gli Egizi potevano a ben ragione essere indicati: le loro cognizioni astronomiche erano già sviluppate nel 2800 a.C. (basti ricordare la rappresentazione delle figure delle costellazioni rinvenuto a Dendera); ma gli Egizi occupavano una posizione geografica troppo a sud rispetto a quel 36° grado di latitudine, per cui non restava che indirizzarsi verso i popoli della Mesopotamia.

Nei due millenni antecedenti la nascita di Cristo, la cultura e la civiltà babilonesi ebbero il predominio nell’Asia Minore, imponendo a tutti gli altri popoli il culto del proprio dio Marduk, ordinatore del caos, assegnatore nel cielo di una dimora per gli altri dei nelle costellazioni e creatore di un calendario, cioè di un susseguirsi di fenomeni celesti che scandivano il ciclo delle stagioni. L’astrologia, vera e propria scienza nell’antichità, divenne per i babilonesi sempre più motivo di interesse, in quanto approfondiva il nesso tra le vicende umane e quelle divine.

Molti dei nomi, attribuiti alle costellazioni dai Babilonesi, sono quelli che anche noi conosciamo: Toro, Gemelli, Sagittario, Scorpione…. Quanto riportato nel poema di Arato in termini astronomici corrispondeva pressoché fedelmente alla latitudine di Babilonia intorno al 2100 a.C.; inoltre è stato rinvenuto nella zona un elenco con tutte le costellazioni e gli oggetti collocati nel cielo, quali noi li conosciamo adesso con poche differenze.

Certo i riferimenti nautici citati da Eudosso e Arato non si riferivano ai babilonesi, i quali, pur essendo discreti marinai, navigavano su un’area troppo a sud rispetto a quella di nostro interesse. Più probabile un’allusione ai Minoici: Creta, intorno al 2000 a.C., aveva un’avanzata conoscenza dei sistemi di navigazione, oltre ad intrattenere fitti rapporti commerciali con i Babilonesi, ma anche con la Siria, l’Egitto, la Palestina e la Grecia delle origini.

La fine improvvisa della civiltà minoica intorno al 1450 a.C., per l’esplosione violentissima di un vulcano nell’isola di Thera, impedì ai Cretesi di aggiornare i loro riferimenti astronomici per la navigazione - usavano infatti globi, con rappresentate le varie costellazioni e i vari riferimenti (e forse proprio uno di questi globi era in possesso di Eudosso, che scrisse, quindi, di costellazioni appartenenti ad una civiltà scomparsa 1100 anni prima del suo trattato).

Le costellazioni zodiacali furono le prime ad essere collocate nel cielo, per ragioni eminentemente pratiche: L’economia era fondata sull’agricoltura e la pastorizia, per cui era necessario tenere in considerazione i vari periodi dell’anno in cui effettuare semine, raccolti, accoppiamenti, ecc. Si osserva innanzitutto il percorso del Sole; e, per meglio memorizzare gli astri, vengono attribuite somiglianze e nomi, non sempre antropomorfi, ma spesso alludenti ad aspetti ed elementi della vita agricola e pastorale.

In epoche successive, e soprattutto ad opera dei Greci, gli asterismi persero la loro veste naturalistica, indossando quella mitologica, dove gli astri divenivano premio per un’impresa eroica e ricompensa per un torto subìto.

Ed è proprio dalla cultura mitologica della Grecia classica che derivano i miti e le

3 Commenti per articolo “Storia delle costellazioni”

  1. Will ha scritto:

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  2. ltwxuut ha scritto:

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